

L’artista che dichiara di aver bisogno di tempo per scrivere un nuovo album, di solito intende un anno o due al massimo. Zedd, che aveva pubblicato l’ultimo LP nel 2015, se n’è concessi ben nove. “Riconosco che metterci tanto possa essere uno svantaggio”, racconta il produttore a Zane Lowe di Apple Music, a proposito dell’intervallo intercorso tra True Colors e Telos, il suo terzo lavoro. “Tutto dipende da ciò che intendi realizzare. A un certo punto ho dovuto decidere di cosa volevo parlare con questo album. Nel 2020 avevo iniziato a buttare giù delle idee, ma non mi era chiaro cosa stessi davvero combinando. Pensavo: ‘Ok, c’è una pandemia in corso. Quando mi ricapiterà l’opportunità di fermarmi e dedicarmi solo alla produzione di nuova musica?’ Però non avevo alcun tipo di ispirazione e quindi tentavo di far stare in piedi roba che mancava di qualsiasi tipo di contesto o senso.” Di quelle sessioni si era salvata una sola traccia, abbastanza per avere un nucleo attorno al quale sviluppare Telos (termine aristotelico per indicare la fine o il completamento di un obiettivo). ‘Dream Brother’, che riprende gli stem vocali dell’omonimo pezzo di Jeff Buckley, “era l’unica canzone che riuscisse a trasmettermi l’emozione che cercavo”, sottolinea Zedd. “Quel brano mi ha sempre ispirato. Ho sempre pensato che avrebbe funzionato come base per trasformarsi in qualcosa di diverso. Mi è venuta l’idea di usarlo per creare un pezzo più o meno danzereccio, mantenendo il dovuto rispetto all’opera originale.” “Più o meno danzereccio” è un’espressione chiave per comprendere Telos e l’intero approccio alla musica di Zedd nei quasi 10 anni intercorsi tra un’uscita discografica e l’altra. “C’è stato un momento in cui ho capito di dover realizzare un album solo per me stesso”, afferma. “Comprenderlo ha messo ogni tassello al suo posto. Avevo iniziato molte canzoni chiedendomi: ‘Come farò a far funzionare un 7/8 in chiave dance?’ Beh, è irrilevante. Non è più musica da ballare. Lo sto facendo per me, non per il pubblico, non per l’etichetta né per nessun’altra persona. È solo per me.” A differenza di True Colors, che si focalizzava sul ritmo, qui la batteria viene utilizzata per donare colore, tono e dinamica, entrando in scena per qualche battuta per poi uscire, alternandosi ai synth, ai riff di pianoforte e alla voce di Bea Miller nell’iniziale ‘Out of Time’ e aggiungendo una componente ritmica incisiva in ‘Shanti’, dal sapore vagamente sud-asiatico. Brani come ‘Sona’, una collaborazione in 7/8 con il trio irlandese-americano the olllam, mostrano un impegno ancora maggiore nella scrittura delle canzoni e fanno di Telos un insieme coeso che richiede a chi ascolta di prendersi tutto il tempo necessario, proprio come ha fatto l’autore per realizzarlo. “Posso scrivere una buona canzone”, ammette Zedd, “ma dieci di queste non faranno necessariamente un buon album. Sono cresciuto con dischi che erano molto più della somma di dieci pezzi venuti bene. Mi ispirano ancora e mi hanno reso il musicista che sono oggi. Anelavo a creare qualcosa di significativo che tra trent’anni potesse essere un punto di partenza per le persone più giovani, che magari diranno: ‘È stato dopo aver sentito questo LP che ho deciso di buttarmi a fare musica’.”