Milano: la storia in 20 canzoni

Capitale del business e della moda, Milano esercita un’influenza internazionale che la rende il baricentro dell’industria musicale italiana e la città dei sogni per ogni artista che desidera affermarsi. A fattori pratici quali la presenza di etichette storiche e società di edizioni leggendarie, si affianca un fascino intramontabile e ambivalente, che ha offerto ispirazione ai talenti nati all’ombra del Duomo quanto a quelli di provenienza diversa. Oltre le epoche e le mode, la città ha definito o imposto stili e tendenze, dando voce al cantautorato e al pop, così come al rock e all’hip-hop, contribuendo al lancio definitivo della carriera di figure che hanno fatto la storia. Quello che segue è un tuffo in profondità tra i nomi, i generi e le canzoni che hanno contribuito a fare di Milano il cuore di un Paese innamorato delle sette note.

Gli anni ’60

In un decennio di cambiamenti radicali, Milano è una calamita musicale che attira grandi personalità internazionali, ma anche una palestra in cui farsi artisticamente le ossa. In questi tempi spumeggianti e ipercinetici, cresce e muta la stella di Adriano Celentano, che, da scalmanato ribelle del rock’n’roll, arriva a ritagliarsi un profilo caratterizzato da spessore e impegno sociale, sintetizzato da ‘Il ragazzo della via gluck’, di fatto il primo brano italiano a sfondo ecologista. Se il molleggiato spiana la strada dell’ambientalismo, Tony Renis inizia a studiare la traiettoria che lo porterà più tardi a trasferirsi a Los Angeles e a conquistare il mercato globale sull’onda del successo planetario di ‘Quando, Quando, Quando’. Presentata a Sanremo nel 1962, la canzone viene riproposta in seguito in una moltitudine di varianti da Pat Boone, Michael Bublé o Fergie in collaborazione con will.i.am. Alla costante ricerca della canzone perfetta, nello stesso anno, Mr Quando, Quando, Quando (come verrà poi chiamato da una selezionata cerchia di amicizie composta da Frank Sinatra, Quincy Jones, Barbra Streisand o Stevie Wonder) scrive anche ‘Grande, Grande, Grande’, interpretata perfino da Shirley Bassey e dall’insolita coppia Luciano Pavarotti-Céline Dion, ma resa davvero immortale dalla versione di Mina. Dotata di una voce prodigiosa, la Tigre di Cremona si rende protagonista di un percorso che nel giro di due lustri la vede abbandonare il profilo di urlatrice inaugurato con l’alter ego Baby Gate per diventare una delle cantanti italiane più note nel mondo, nonché un volto simbolo del piccolo schermo. Non estranee agli studi televisivi sono pure alcune figure che a Milano resteranno sempre legate a doppio filo. È il caso del geniale Enzo Jannacci, autore di sperimentazioni stilistiche quali ‘Vengo anch’io no tu no’ (1967) o ‘Ho visto un re’ (1968), e soprattutto del suo compare ne I Due Corsari, Giorgio Gaber, emblema di anticonformismo capace di passare dai successi pop e leggeri di ‘Porta Romana’, ‘La Ballata del Cerutti’, ‘Non arrossire’ e ‘Torpedo Blu’ ai taglienti affreschi italiani del “Teatro Canzone”, concepito e sviluppato insieme a Sandro Luporini tra anni gli ’70 e ’80. È la Milano sofisticata e creativa in cui inizia realmente a brillare la stella di Ornella Vanoni, che si toglie di dosso l’esperienza giovanile delle “Canzoni della Mala” maturate nell’ambito del Piccolo Teatro di Giorgio Strehler per prestare lo stile espressivo di un timbro di velluto alle penne più raffinate della scena cantautorale, fra tutte Gino Paoli. Scomparsa il 21 novembre del 2025, è l'icona di un modo di essere e di apparire, lontano dagli stereotipi, indifferente ai canoni e per questo senza fine.

Gli anni ’70

Il clima pesante di un decennio di grande tensione politica tocca Milano senza però riuscire a soffocarne la voglia di cantare e suonare. E a proposito di voci, lasciandosi gradualmente alle spalle i varietà televisivi, Mina affronta gli anni ’70 con una decisa attitudine sperimentale. Meneghina acquisita, la cantante apre la lunga stagione di ricerca che la vede esplorare soluzioni moderne e dare fiducia a penne emergenti come Cristiano Malgioglio, autore di ‘L’importante è finire’. Capolavoro simbolo di quest’epoca votata all’azzardo estetico, il brano incastra un testo estremamente sensuale a un arrangiamento d’inedita audacia di Pino Presti, che introduce il Moog in un pezzo pop. In una città che guarda alle monumentali rassegne estere e tra il 1974 e il 1976 ospita al Parco Lambro tre edizioni del controverso festival Re Nudo, emergono gli slanci senza possibilità di definizione degli Area, formazione d’avanguardia assoluta guidata dalle incredibili escursioni vocali del compianto Demetrio Stratos, che si lega alla nascita della Cramps Records, etichetta di riferimento per una scena fuori dagli schemi. In questo contesto, prende il via la cavalcata della Premiata Forneria Marconi (poi PFM), che con ‘Impressioni di settembre’ (1971) riesce perfino ad assaporare il successo commerciale portando in radio una traccia da lato B di quasi 6 minuti, scritta dai due componenti Franco Mussida e Mauro Pagani insieme a Mogol. Tra cambi di organico e avventurose contaminazioni che lo conducono a firmare con la prestigiosa Manticore ed entrare di diritto nell’olimpo del progressive rock, il gruppo si rende anche protagonista di due iconici tour al fianco di Fabrizio De André, il cui repertorio viene proposto dal vivo in una veste strumentale e stilistica totalmente rinnovata. Sul fronte cantautorale, spiccano infine i nomi di Eugenio Finardi e Roberto Vecchioni. Se il primo sovrappone all’attenzione per i testi generazionali un meticoloso studio sull’involucro sonoro e nel 1976 dà alle stampe un album per certi versi rivoluzionario quale Sugo, il secondo smette i panni del paroliere ed esce allo scoperto nel 1971 con Parabola, che contiene il classico senza tempo ‘Luci a San Siro’ e anticipa il boom di Samarcanda (1977), aperto dall’omonima filastrocca onirica impreziosita dal violino di Angelo Branduardi.

Gli anni ’80

Perfettamente inquadrata dallo slogan di un mitologico spot televisivo che ne decanta la velocità, il benessere e lo spirito edonistico, quella degli anni ’80 è una “Milano da bere”, dove gli stereo dei paninari immortalati dai Pet Shop Boys riproducono soprattutto pop di matrice anglosassone, new wave, dance e italo disco. Eppure, in una dimensione all’apparenza tanto disimpegnata, la città partecipa al boom discografico del cantautorato con figure originalissime, e a vincere è chi fugge dallo stress e dai ritmi forsennati in direzione lago. Protagonista a sorpresa di un inatteso exploit commerciale e affascinato dalle acquarellate sfumature brasiliane, nel 1982 Fabio Concato affida alla sua ‘Domenica bestiale’ una storia d’amore che si allontana da una metropoli ancora addormentata sognando una giornata romantica e senza tempo. Ancora più distante da ogni logica di mercato dell’epoca appare il successo internazionale di Angelo Branduardi, che mescola folklore d’ispirazione celtica, ritmi di civiltà native e suggestioni medievali con narrazioni della provincia rurale e rielaborazioni di favole da tutto il mondo in brani quali ‘Alla fiera dell’est’, ‘Cogli la prima mela’, ‘La pulce d’acqua’ e ‘Confessioni di un malandrino’, campionato 20 anni dopo da Caparezza per ‘La fitta sassaiola dell’ingiuria’. È in qualche modo magica la vicenda di ‘Innamorati a Milano’, scritta da Memo Remigi e Alberto Testa nel 1965 ma lanciata dalla versione di una meneghina di ritorno come Ornella Vanoni del 1969, che nell’arrangiamento di Sergio Bardotti assume una nuova connotazione nostalgica in una spietata cappa urbana sotto la quale sopravvivono i sentimenti sinceri. Tutt’altro che adagiata sui successi del passato, la cantante rafforza negli anni ’80 il legame con Milano ma guarda al mondo, avvicinandosi a jazz e bossa nova e arrivando a incarnare l’essenza stessa di una città colta, libera ed estremamente diretta. David Bowie, Lou Reed e le correnti sintetiche provenienti dall’Inghilterra sono invece i fari puntati sugli esordi post-punk con i Decibel di Enrico Ruggeri, figlio di una Milano amata e odiata che nel 1983 intraprende una moderna avventura solista con Polvere e comincia a costruirsi un percorso da penna mai scontata e di classe. Nel suo curriculum, ci sono voci atipiche del calibro di Fiorella Mannoia (‘Quello Che Le Donne Non Dicono’, 1987) e Loredana Bertè (‘Il Mare D’inverno’, 1983), altra personalità fuori dagli schemi adottata dalla città e in particolare da Fiorucci, che la vuole nel ruolo di madrina per l’apertura dei negozi del marchio in giro per il mondo.

Gli anni ’90

Se sul piano storico ed estetico, la Milano degli anni ’90 è un’arteria della moda mondiale e l’epicentro degli scandali alla base del terremoto politico che polverizza il sistema della Prima Repubblica, dal punto di vista musicale la città è l’antenna che capta e irradia le onde del nuovo che avanza. Il quartier generale è Radio DeeJay e il deus ex machina della discografia italiana è Claudio Cecchetto, già noto per la novelty ‘Gioca Jouer’ (1981) ma ora considerato il Re Mida del pop tricolore, al quale si devono gli esordi di fenomeni quali Jovanotti, Sandy Marton o Fiorello. Nelle sue prodigiose mani arriva nel 1991 la cassetta di un duo di Pavia, che nel giro di qualche mese fa “bang” a livello nazionale con l’album Hanno Ucciso L’uomo Ragno (1992): con un immaginario a metà strada tra la provincia, il fumetto e il sogno americano, Max Pezzali e Mauro Repetto, ovvero gli 883, sviluppano una formula totalmente inedita per lo Stivale, incrociando l’arte del campionamento tipica dell’hip-hop con i riff dell’hard rock e la musica leggera. Sempre gli studi dell’emittente di via Massena sono cruciali per l’emersione del rap dall’underground, e in particolare per quella degli Articolo 31, che con i doppi sensi di ‘Maria Maria’ (1997) conquistano il grande pubblico e spalancano una finestra sulla leggendaria scena del Muretto e su un movimento che nel 1997 ha il proprio apice nel monumentale raduno Hip Hop Village. Personalità peculiare di una Milano in qualche modo ribelle che rifiuta di vegetare è Jo Squillo, attiva già a inizio anni ’80 con l’esperienza punk delle Kandeggina Gang e protagonista di una parabola pop sintomatica di una metropoli di suoni in continua evoluzione, che nel 1991 la porta a Sanremo accanto a Sabrina Salerno, con la provocatoria hit ‘Siamo donne’. In questo clima di fermento, anche il cantautorato d’area milanese si rilancia in versione ammodernata. Figura unica nel suo genere, tra il 1994 e il 1995 Gianluca Grignani passa direttamente dalla periferia metropolitana al palco dell’Ariston, ottenendo un successo pressoché immediato con ‘La Mia Storia Tra Le Dita’ e ‘Destinazione Paradiso’. Sono i singoli di punta di un album d’esordio che fa registrare grandi numeri sul fronte delle vendite e consente all’artista di osare con La Fabbrica Di Plastica (1996), allora forse non compreso ma oggi indicato come un caposaldo del rock alternativo di casa. Servono infine diversi tentativi e una buona dose di determinazione a Biagio Antonacci per affermarsi in un panorama così affollato con canzoni che spaziano dalla rabbia elettrica all’amore acustico. È ‘Iris (Tra le tue poesie)’, dal sesto LP Mi fai stare bene (1998), a promuovere definitivamente il cantante di Rozzano nella fascia alta del pop di classe.

Gli anni 2000

Col passaggio al terzo millennio, la musica all’ombra del Pirellone si spacca in due scene distinte per pubblico e narrazione, accomunate però dalla natura ereditaria di esperienze nate nei decenni precedenti. Già attivi dagli anni ’80 e sull’onda dell’ottima risposta di capolavori come ’Hai paura del buio?’ (1997) e ’Non è per sempre’ (1999), gli Afterhours di Manuel Agnelli guidano la riscossa di un rock alternativo ispirato alla scena inglese e a quella americana, ma che rivendica tuttavia la propria appartenenza geografica sul piano dei temi e dei riferimenti autorali. In un ventaglio che spazia dalle derive noise al dark, fino ai revival d’impronta cinematografica e al metal gotico, dell’onda fanno parte i Verdena, i La Crus, i Ministri, Le Vibrazioni, gli Scisma del compianto Paolo Benvegnù, i Timoria, i Lacuna Coil e i Calibro 35. Mentre assiste al distacco e allo sviluppo underground della frangia hyperpop negli anni 2010, il fronte pop è presidiato dalla scoppiettante ricetta ultratecnico-parodistica di Elio e le Storie Tese e, più recentemente, dai Pinguini Tattici Nucleari, che in un tempo relativamente breve hanno conquistano San Siro, olimpo dei live cittadini. Lo stadio Meazza ha ospitato un numero sempre crescente di star nazionali, tra cui quattro artiste: Laura Pausini, Alessandra Amoroso, Elisa ed Elodie. Un numero esiguo se si pensa a quanto la musica italiana al femminile stia conquistando sempre più pubblico e riconoscimenti, come testimonia l'assegnazione del Global Force Award di Billboard ad Annalisa nel 2024 a Los Angeles. Sul versante hip-hop, sfruttando la strada aperta da Bassi Maestro, Sottotono, Club Dogo, Dargen D’Amico e La Pina, alza la testa una nuova leva che guarda oltreoceano ma sovrappone alle barre la realtà delle periferie italiane. Su quest’onda, la ricca e variegata squadra di rap e urban dello scorcio d’apertura di millennio vanta in rosa nomi del calibro di Sfera Ebbasta, Emis Killa, Ernia, Fedez, Lazza, Frah Quintale, Mondo Marcio, Massimo Pericolo, Rkomi, Vegas Jones, Ghali, Guè e Marracash, giganti che nel 2016 spopolano in coppia con l’album Santeria, da cui è tratta la mega-hit ‘Insta Lova’. In un panorama che vede la figura del producer guadagnare credito e spessore, a dettare legge è il geniale Charlie Charles. Se nel singolo ‘Bimbi’ (2017) il beatmaker raccoglie alcuni dei suoi protégé, nel 2019 è in cabina di regia per ‘Soldi’, che vale a Mahmood la vittoria a Sanremo. Cresciuto in Zona 5, il cantante si ripete al fianco di BLANCO tre anni dopo, trionfando sul palco dell’Ariston con le toccanti armonie vocali di ‘Brividi’. Trampolino di lancio per eccellenza, il Festival della canzone italiana è stato una vetrina determinante per ampliare il pubblico di Joan Thiele, capace di condensare nel proprio stile l’assenza di confini tipica del terzo millennio che conferma la formula vincente del sodalizio con MACE, anche lui figlio del tessuto sonoro cittadino e tra le menti produttive più brillanti della scena. La versatile cantautrice è forse uno degli ultimi casi in ordine di tempo di un quarto di secolo che ha assecondato la nascita o offerto seconde vite ad autentici fenomeni femminili targati Milano: con una provocatoria ricetta anti-patriarcale in cui trovano spazio techno, punk e afrobeat, M¥SS KETA ha travolto piste, strade e onde radio nel segno di una fluida avanguardia post-femminista, mentre Paola & Chiara hanno inaugurato un filone pop ballabile e sensuale che ha dimostrato di poter resistere a una separazione di dieci anni per poi tornare sulla cresta dell’onda sotto una pioggia di glitter.