

Voci guida del jazz
Quando l’iconica cantante jazz Dee Dee Bridgewater muoveva i primi passi, nella seconda metà degli anni ’60, non esisteva un percorso ben definito che una musicista potesse seguire per avere successo autonomamente. La sua canzone del 1979 ‘For the Girls’ – appassionata ode funk alla perseveranza delle donne al di fronte delle avversità – la dice lunga. La scrisse mentre trovava la propria dimensione da solista a Los Angeles e si separava dal marito, un processo doloroso che mise in luce una rete di supporto tutt’altro che leale. Fortunatamente, si stava lentamente costruendo una comunità che sarebbe stata in grado di confortarla e ispirarla per tutto il resto della sua carriera. In occasione della Giornata internazionale della donna, abbiamo deciso di puntare i riflettori su una serie di scene musicali tradizionalmente molto unite, in cui l’idea di comunità è fondamentale: uno spazio sicuro, una mano tesa, una spinta per continuare ad andare avanti. “Sono stata educata come cantante jazz e ho sempre ricevuto perle di saggezza da diverse donne che ho conosciuto, che facevano le cantanti”, racconta Bridgewater. Nancy Wilson, Sarah Vaughan, Carmen McRae, Donna Summer e Rita DaCosta hanno contribuito a gettare le fondamenta, ma è stata Betty Carter a plasmare maggiormente la carriera e lo spirito indipendente di Bridgewater. “Il modo in cui si muoveva era insolito da vedere in una cantante jazz”, dice. “Sento che questo mi ha dato la libertà di diventare qualsiasi cosa io sia oggi. Mi invitava a casa sua per guardarla mentre impacchettava i suoi album. Betty diceva: ‘Resta in controllo della tua musica. Autoproduciti’”. Nei primi anni ’90, Bridgewater aveva iniziato ad autoprodursi e a formalizzare la propria società. Dopo aver partecipato al workshop Jazz Ahead di Carter al Kennedy Center, ha trovato l’ispirazione per fondare il Woodshed Network, un programma educativo appositamente pensato per aiutare le artiste emergenti a orientarsi nell’industria musicale. Il supporto offerto va ben oltre il business. “Abbiamo una figura specialista in psichiatria che parla alle donne”, spiega, “un’altra esperta in ostetricia e ginecologia che affronta il tema della salute femminile e una donna straordinaria, che ora suona con me come batterista, che ha sviluppato un programma per la salute di chi lavora con la musica”. “Per me, la domanda è: come puoi continuare a lavorare quando a volte sembra che la tua sfera personale stia cadendo a pezzi?”, si interroga Cécile McLorin Salvant, che è allo stesso tempo una collaboratrice occasionale di Bridgewater e un’erede della sua tradizione canora. “In queste situazioni, la mia comunità è stata di grande aiuto, dandomi una mano ad alleggerire un po’ il peso. E anche facendomi capire che non devi necessariamente lavorare o fare quello che la gente si aspetta da te”. Per Salvant, l’inclusività è una priorità assoluta. “Di recente, mi sono resa conto di essere stata in qualche modo eteronormativa con la mia musica, ed è una cosa che sto provando a sconfiggere”, dice. “È intrinseco nei miei testi, nel modo in cui canto e negli argomenti che tratto, e la nuova sfida è riuscire a evitarlo”. Il bisogno di comunità trascende il genere. “Quando una persona si ammala, il tasso di sopravvivenza aumenta esponenzialmente, se fa parte di una comunità”, aggiunge. “È una cosa che va ben oltre l’arte: la sopravvivenza umana dipende da una comunità reale, fisica e in contatto diretto. È una questione primordiale”. Dee Dee Bridgewater sarebbe d’accordo. “Ciò che sta succedendo con il Woodshed Network è che stiamo iniziando a dare la possibilità di iscriversi al programma a donne che non sono artiste emergenti. Molte professioniste con una carriera consolidata dicono: ‘Anche noi vogliamo far parte di questa comunità’”.