Pioniere del dancefloor

Proposte sessuali, molestie, catcalling e paga iniqua. Jennifer Witcher ricorda bene gli affronti subiti dalle DJ e produttrici nei primi anni ’90, un’epoca in cui la club music era in piena espansione ma le donne dietro la console venivano raramente prese sul serio. “È stato molto difficile”, racconta ad Apple Music. “La gente rideva di me. Mi chiedevano di fare delle cose, ma io mi limitavo a battere le mani e a dire: ‘No! Non ho bisogno di suonare alla vostra stupida festa’”.
Per questa Giornata internazionale della donna, Apple Music sta mettendo in risalto alcuni modi con i quali le musiciste traggono forza dalla comunità, facendo squadra per pretendere il rispetto che meritano da tempo e porre le basi per un futuro più equo. Leggenda di Detroit meglio conosciuta come DJ Minx, Witcher racconta che la strada è stata lunga. “È un mondo di uomini, e all’inizio eravamo in poche”, racconta. “Ci trovavamo in condizione di svantaggio”.
Nel 1996, Witcher ha fondato Women on Wax, un collettivo di DJ donne, che più tardi si è trasformato in label e per il quale fa ancora da mentore. Grazie a sforzi come il suo, congiuntamente alla spinta dell’intero settore verso club più sicuri e migliori ingaggi per donne in console e DJ non binari, il clima per le rappresentanti della dance music sta migliorando radicalmente, specialmente nel sottobosco intensamente progressista della house e della techno. “Il pubblico ci apprezza per quel che siamo e per il nostro apporto”, dice. “Non conosco nessuno che abbia passato quello che ho dovuto subire io”. (Un ricordo particolarmente spiacevole: a Witcher torna in mente quando nel 1998 il magazine Playboy le chiese di intervistarla a condizione che indossasse un costume da bagno succinto. Rifiutò).
Anche Alexandra Margo Sholler, la DJ, producer e cantante di Sidney conosciuta come Alison Wonderland, ha notato significativi passi in avanti. “Quando ho iniziato, la gente non mi prendeva sul serio”, racconta a Apple Music. “Mettevano in dubbio tutto quello che facevo, e ciò minava la mia autostima. Mi sembrava di dover lavorare il doppio, o il triplo, per provare che valevo qualcosa”. C’è stato un momento, all’inizio della sua carriera, nel quale Sholler durante gli show aveva posizionato delle telecamere GoPro sopra le sue mani, per dimostrare che stava davvero facendo il proprio lavoro: una ferma replica rivolta a coloro che mettevano in dubbio le sue capacità. Oggi, anche come reazione a questi doppi standard del tutto infondati, si impegna ad assumere il maggior numero possibile di donne. Dalle fotografe alle tecniche del suono, dalle responsabili di produzione alle registe di video, praticamente chiunque sia sul suo libro paga è una donna. “La mia è una band composta totalmente da donne”, racconta. “per la precisione 12, quando è al completo”.
Quel che Sholler spera è che alla fine la conversazione su equità ed empowerment vada oltre le questioni di genere, lasciando più spazio alla musica stessa. “Il punto è che quando sono sul palco non mi preoccupo di essere uomo o donna”, afferma. “Non ho mai desiderato che la mia arte venisse collegata al mio genere, eppure alla gente è sempre importato molto. Però mi chiedo: cosa sentireste se ascoltaste la mia musica ad occhi chiusi?”