

Jonathan Higgs, cantante degli Everything Everything, è convinto che l’esigenza di cogliere l’effetto che il vivere in questo tempo ha sull’umanità sia il filo conduttore del repertorio del quartetto di Manchester. “È questo il tema di tutti i nostri album”, spiega a Apple Music. “Con grado variabile, scandagliamo l’interno e l’esterno, osservando come ci si sente a esistere qui e ora. Questo lavoro, però, si rivolge principalmente verso l’esterno”. Questa è la sua descrizione di Mountainhead, il settimo disco della band, un altro sorprendente passo avanti per uno dei gruppi più originali del Regno Unito. Con la sua miscela di sintetizzatori pulsanti e fulgide progressioni di chitarra, euforici groove electro e dinamismo art-rock, i britannici consegnano un lavoro ricco di sovrapposizioni tra il bizzarro e il rassicurante senza soluzione di continuità. L’album coniuga l’idea di una società distopica che ha costruito un’enorme montagna nella fossa oscura dove vive la gente (con “Mountainhead” ci si riferisce a chi crede che la montagna debba continuare a crescere in altezza a qualunque costo) con alcuni dei loro ganci pop più rapsodici. E tutto questo è stato creato con la certezza che esiste un pubblico per questo tipo di sound. “Ci sentiamo sempre come se fossimo pieni di buona volontà dopo l’ultima cosa realizzata; ed è per questo che molte persone stanno aspettando la nostra prossima mossa”, sostiene Higgs. “Credo che l’ultimo disco [Raw Data Feel del 2022] sia stato molto apprezzato dal pubblico, ma questo è addirittura migliore”. Il nuovo sound degli Everything Everything è quello di musicisti sulla cresta dell’onda, fiduciosi di poter raggiungere nuove vette anche dopo sette album da inizio carriera. Lasciati guidare da Higgs in un viaggio brano per brano verso la cima di Mountainhead. ‘Wild Guess’ “Si tratta di una piccola demo che avevamo registrato quando eravamo in tour con i Foals nel 2017 o giù di lì. Ci avevo messo una linea vocale, ma era cantata un’ottava più in alto rispetto a quello che si sente ora, il che era ridicolo. Ci è capitato di riscoprirla e ci siamo detti: ‘Ricordate quanto era assurda questa canzone? Forse dovremmo riprenderla in mano’. C’è qualcosa di intrigante nel carattere di quell’assolo massiccio che apre il disco, dove passa un sacco di tempo prima che compaia la voce, e non è suonato neanche molto bene. Si tratta della stessa registrazione che Alex [Robertshaw, chitarrista e tastierista] ha fatto tanti anni fa nel backstage con il suo laptop. Ci sembrava che questo fosse un buon modo per iniziare; un po’ come dire: ‘Fanculo. Ecco il tuo assolo che suona malissimo e in più dovrai aspettare non poco per la voce’”. ‘The End of the Contender’ “Qui c’è un vago accenno a Ronnie Pickering [ex pugile diventato virale nel 2015 per una lite al volante] e a persone di quel tipo, ma c’è anche un’allusione al capitalismo strisciante e a come si sta insinuando in ogni cosa. Ho cercato di inserire un riferimento al denaro o all’elettricità in ogni canzone, per questo lui ne parla molto in questo brano - chiunque sia ‘lui’. Ovviamente, risulta piuttosto sfacciato cantare ‘It’s all about the Benjamins’ [‘È tutta questione di soldi’] in un ritornello, ma non credo che mi faranno causa per questo”. ‘Cold Reactor’ “Qui si pongono le basi del disco. È tutto davvero incentrato sull’elemento umano e sulla sua disperazione. La frase ‘I haven’t left the house’ [‘Non sono uscito di casa’] richiama l’idea di una persona che è piuttosto isolata e comunica attraverso schermi ed emoji, e mi è sembrata una situazione in cui identificarsi facilmente. C’è un mesto desiderio di connessione, difficile da raggiungere, che attraversa il brano, e per via di questa sensazione impetuosa che ogni cosa alla fine arrivi a un punto, enfatizziamo davvero la disperazione di tale situazione. Si trattava di trovare il giusto bilanciamento tra il tono straziante e quello speranzoso, cercando di inserire un sacco di argomenti nelle strofe nel minor tempo possibile. Richiama la sceneggiatura di un film, per la sua semplicità”. ‘Buddy, Come Over’ “Questa ha un’atmosfera oscura e poco raccomandabile, e tocca un po’ la cancel culture. C’è un verso, ‘Make me a website so I can completely ruin my life’ [‘Fammi un sito web così posso rovinarmi completamente la vita’], che ha fatto sganasciare i ragazzi. A volte, quando va così, pensiamo: ‘Ma sì, imbocchiamo questa strada’. Insomma, è venuta fuori abbastanza facilmente, è stata più che altro divertente da fare dal vivo, del tipo: ‘Cosa possiamo suonare che ci faccia stare bene sul momento, piuttosto che affannarci con tutta questa sfilza di pezzi?’”. ‘R U Happy?’ “Questo brano parla degli effetti dell’isolamento, del vivere in città e in questo frangente, e del porsi la domanda: ‘Sei felice? Tutte queste cose ti fanno stare bene?’ nel modo più semplice possibile, cioè chiedendo letteralmente ‘Sei felice?’ in continuazione. C’è sicuramente un tema di fondo sull’essere animali e la frase ‘dance in a skeleton way’ era il mio modo per dire che se c’è uno scheletro, è la fine, ma allo stesso tempo, se c’è uno scheletro lì, sei anche in vita, e in tal caso bisogna cercare di mettere da parte la tristezza”. ‘The Mad Stone’ “Qui si affronta più che altro l’elemento religioso alla base dell’idea [dell’album]. È una sorta di canzone spirituale, per come si presenta e per il contenuto. È come una discussione tra due o tre persone che credono veramente in questa idea della montagna e altre che nutrono molti dubbi al riguardo. L’oggetto in cima alla montagna [nel ritornello] è un grande specchio che ti riflette continuamente all’infinito: è l’aspetto più magico di ciò che potrebbe trovarsi in cima. Volevo trovare una metafora per esprimere l’idea di qualcosa che potesse essere un obiettivo reale da raggiungere, ma che fosse anche evidentemente egoista e autocelebrativo. Per riuscire a cantare il ritornello nella maniera giusta, fare in modo che non suonasse stupido, essere compreso ed evitare di bofonchiare, ho dovuto provarla per un pomeriggio intero”. ‘TV Dog’ “Questa è una demo di Alex che aveva intitolato ‘Coney Island’, e tutti pensavamo che suonasse come un quartetto d’archi di New York. Una volta abbinata a quel titolo, ha aperto alcune piccole strade nel disco, per esempio gli archi che compaiono in altre canzoni. Avevo un testo lungo quasi il doppio e ci siamo chiesti: ‘Dovremmo sviluppare la canzone in qualcosa di più grande? Aggiungiamo la batteria?’ e alla fine ci siamo detti: ‘Risulta molto più emozionante se l’ascolti per un minuto e mezzo, un paio di belle battute, e poi non c’è più’. Alex è andato in una cattedrale, ha registrato un sacco di suoni ambientali e li ha inseriti in sottofondo su tutta la traccia, rendendo la sensazione di trovarsi in uno spazio enorme”. ‘Canary’ “Laddove in altre canzoni si ha l’impressione di essere sulla montagna, in questa ci si trova decisamente nella fossa, al buio. È il classico campanello d’allarme, una canzone di avvertimento che si adatta molto bene al concetto più ampio. Rappresenta la parte più oscura dell’album, dove l’immaginario è maggiormente disturbato. Come un monito su qualcosa di brutto che sta per arrivare. E questo è il punto in cui spesso mi ritrovo come personaggio nelle mie canzoni: sono lì ad avvisare del pericolo. A livello di produzione, è stato un grande risultato per Alex; credo che volesse ispirarsi un po’ a Björk, o qualcosa del genere”. ‘Don’t Ask Me to Beg’ “Ho iniziato stratificando le linee vocali, per cercare di ottenere una sorta di coro. Stavo ascoltando i Massive Attack, anche se non usano proprio i cori. Abbiamo impiegato un sacco di tempo a provare diversi schemi ritmici per cercare di ottenere un suono che fosse meno white-boy funk e più cool. C’è voluta un’eternità per elaborare la batteria e poi per provare a registrare di nuovo tutto quell’intrico di voci. Alla fine, ci siamo arresi e abbiamo usato quelle della demo, perciò nessuno sa come cantare le parti. Se dovessimo proporla dal vivo, sarebbe un’impresa!” ‘Enter the Mirror’ “Questo brano parla di un mio amico che stava attraversando un momento difficile e non ero sicuro che ce l’avrebbe fatta. Lo canto come se non ci fosse più e io fossi lì a ricordare la nostra infanzia. Non ho ancora capito cosa significhi. Forse cercavo di dire che in fondo siamo entrambi uguali, pur essendo due individui distinti. Ma c’è anche lo specchio in cima alla montagna, che potrebbe essere come trovare se stessi se ci si entra dentro. Non so, sento la canzone ancora troppo vicina per potermi spiegare fino in fondo”. ‘Your Money, My Summer’ “Ecco un’altra demo che risale all’incirca allo stesso periodo di ‘Wild Guess’, e che all’epoca ritenevamo troppo banale per farci qualcosa, mentre ora credo che non sia così. In passato avremmo avuto una serie di ragioni per non realizzarlo, mentre ora abbiamo pensato: ‘Va bene così’; e infatti è sicuramente il nostro brano più rilassato in assoluto. Non ci sentirete suonare così da nessun’altra parte, con una sezione ritmica alla Chili Peppers. Di solito scappiamo a gambe levate da quella roba, ma ci siamo detti: ‘Perché stiamo scappando?’. È un esempio di quanto ci sentiamo a nostro agio tra di noi”. ‘Dagger’s Edge’ “Questa demo era piuttosto vecchia. Dava l’impressione di essere una canzone divisa in due parti. Credo di aver scritto la seconda metà e Alex la prima. L’avevamo accantonata perché pensavamo che fosse troppo trasandata. All’inizio sembra piuttosto scanzonata, ma poi il tono cambia. Prendo in giro qualcuno e dico un sacco di cose ridicole, per poi trasformarmi improvvisamente in un vecchio saggio disperato su una montagna. Nessun’altra band potrebbe fare una cosa del genere e credo che sia proprio una nostra caratteristica: un brano che suona come Dr. Dre e si prende gioco di un tizio, chiamandolo con nomi assurdi, e poi all’improvviso arriva un clavicembalo e il brano si trasforma in una qualcosa di esistenziale sul fatto che la gente si trasformerà in pancetta”. ‘City Song’ “Questa è un’altra canzone che ha quel non so che di archi newyorkesi. Quando ho scritto la demo, era molto più hip-hop; o perlomeno, con una velocità hip-hop, ma stilisticamente è stata poi eliminata. Stavo cercando di scrivere un testo in stile David Byrne: la tristezza della quotidianità o il cercare di rendere speciali le cose banali. Credo anche di aver preso a prestito alcuni elementi dal libro di Mark Fisher Capitalist Realism, in cui si parla di quanto possa essere impersonale lavorare per una grande azienda in cui non ci si conosce mai veramente. Volevo trasmettere un’idea di isolamento, ma anche il fatto che la gente non sa chi sei, che è impossibile conoscersi davvero; viviamo sotto le luci della città e tutto risulta molto anonimo”. ‘The Witness’ “Faccio fatica a riascoltare questo brano perché mi emoziona molto. Si trattava di essere testimoni di una strana transizione verso cui stava andando incontro una persona, pensando che potesse trattarsi di una sorta di esperienza religiosa. Inizialmente era stata scritta con le chitarre, ma Alex ha deciso di sostituirle con i sintetizzatori perché sembrava un pezzo alla Radiohead, con due chitarre e un tizio triste che canta in falsetto. Abbiamo pensato: ‘Alla gente piacerà, ma suona davvero come musica di 25 anni fa che potremmo eseguire ad occhi chiusi’. È quello che ci hanno insegnato a fare, ci riesce bene, ma non ci porta da nessuna parte. Così abbiamo sostituito le chitarre con i sintetizzatori e abbiamo aggiunto qualche altro cambiamento inusuale”.